La narrazione e la catapatia

“Il telepatico” di John Brunner (The whole man, 1964) comincia in una metropoli occidentale non meglio identificata, in preda a una crisi misteriosa, che assomiglia alla Londra di 1984. Jerry, un bambino indesiderato, che nasce con dei gravi deficit fisici, ma con una mente acutissima, cresce solo, maltrattato, alla periferia della società finché scopre di avere un potere eccezionale, quello della telepatia. Non è l’unico: questo è un mondo in cui i telepatici sono delle star, diplomatici internazionali capaci di sedare le situazioni sociali più critiche e impedire la violenza e le guerre. Jerry scopre quindi di essere parte di un’élite ma non gli interessa reclamare la sua posizione nella società, vuole solo scappare dalla realtà, la sua terribile realtà, quella di una mente raffinata e sensibile intrappolata in un corpo imperfetto, che suscita il disgusto e la compassione di tutti quelli che incontra, e che lui grazie al suo potere non può impedirsi di percepire.

Jerry quindi crea un gruppo catapatico, La catapatia è una delle invenzioni più interessanti di questo romanzo di Brunner: una crasi fra catalessi e telepatia, è una forma di narrazione immersiva, multisensoriale, capace di far dimenticare a narratori e narratari di mangiare, di dormire, persino di respirare. Jerry coinvolge nella sua fuga catapatica una ragazza sordomuta, un’altra esclusa dalla società, e insieme sognano di essere re e regina di un universo in cui tutto è pensato per renderli felici. Il problema è che Jerry è un telepatico talmente potente che la sua illusione catapatica viene percepita fino su Marte, quindi l’Onu lo rintraccia, lo strappa al suo sogno malato e lo educa a diventare il più grande telepatico terapeutico del mondo.

La storia poi procede in direzioni che vi consiglio di scoprire in autonomia: volevo mettere l’accento sulla distinzione che il romanzo fa fra catapatia negativa, che potremmo fuor di metafora accostare alla narrazione di pura evasione, edonistica, priva di contenuti, un’illusione compensativa e mangiatempo, e la catapatia positiva. a cui arriva il nostro Jerry alla fine del romanzo. Questa catapatia è coinvolgente, emozionante ma al tempo stesso cognitiva, piena di contenuti, di informazioni, basata sull’empatia; non incardinata su ideali normativi di perfezione ma su una conoscenza del mondo fatta di profondità, di complessità, di interessamento personale alla particolarità, non alla fantasia generalizzata e idealizzata ma all’unicità preziosa di ogni singolo individuo. Trovo che questo sia un’allegoria della “deontologia” del narratore, e specialmente del narratore di genere: in quanto narrazione basata principalmente sulla trama, il narratore di genere ha bisogno della collaborazione del lettore, e quindi del suo divertimento. Ma, se priva di contenuto, di “umanità”, la letteratura di genere rischia di diventare un puro meccanismo di evasione, una narrazione catapatica negativa, che imbambola il lettore e gli lascia la bocca piena di polvere; quando invece c’è il peso specifico dell’empatia, della conoscenza, l’evasione diventa una forma di conoscenza, di crescita.

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