La grammatica della matematica

Se siete come me, per completare la tabellina del sette dovete mettervi a contare di nascosto con le mani, o peggio ancora, fischiettando vi affidate alla calcolatrice del cellulare. Lo si sente così dire così spesso che è uno stereotipo: le teste “umanistiche” non sono portate per la matematica, la scienza, la fisica, tutte quelle antipatiche scienze dure dove contano i numeri e il calcolo e non la sfumatura, la profondità, l’infinita complessità del lessico, dei concetti, del pensiero.

Ma sarà proprio vero?

Mi ricordo ancora, eravamo forse in prima o seconda elementare, la maestra per spiegarci le divisioni ci racconta una storia. Un sultano ha sette mogli, e una borsa piena di perle preziose. Non vuole che le sue mogli litighino fra loro, e non vuole sicuramente offenderne nessuna, è un bravo sultano. Come assicurarsi che ogni moglie abbia lo stesso numero uguale di pietre preziose? La maestra ha un sacchetto di cotone, pieno di biglie colorate, sceglie sette di noi per fare le mogli e uno alla volta proviamo a fare i sultani. Ci sono volute ore, o forse minuti, ma a forza di tentare abbiamo trovato la soluzione, tutti insieme, e da allora ogni volta che devo fare una divisione il mio cervello corre a quell’harem profumato di incenso, la luce mascherata da una grata, il suono dolce di braccialetti tintinnanti.

Poi ci sono stati altri insegnanti, meno creativi, meno spericolati, sono stata socializzata alla dicotomia parole/numeri, come se fosse un aut aut e non linguaggi che si possono arricchire a vicenda; e anche se penso a tutti gli scrittori che venivano da studi scientifici, anche se penso a tutti gli scienziati che hanno scritto pagine memorabili, davanti ai numeri innalzo una bandiera bianca, e per sapere quante perle spettano a ogni moglie del sultano devo farmi aiutare, perlomeno, da un foglio di carta.

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