Dio ha rotto il mondo (e Odino se n’è scordato)

Quand’ero giovane, d’estate mi piaceva dedicarmi alla lettura dei grandi mostri sacri: mi ricordo ancora un’estate infinita, dei sedici o diciassette anni, passate sulle pendici indolenti e piacevolmente nevrotiche della Montagna Incantata.

Adesso che sono, (coff coff), meno giovane, ho scoperto il piacere proibito, di nuovo esclusivamente estivo, delle saghe fantasy infinite. Il numero di pagine resta invariato, magari la densità intellettuale della pagina si alleggerisce ma resta ancora la gioia di una lettura intensiva, tutta d’un fiato, capace di prenderti e portarti via.

Fra tutte le letture fantastiche di quest’estate, alcune decisamente più fantastiche di altre, spicca per qualità e originalità la Saga dell’Attraversaspecchi di Christelle Dabos, pubblicato da E/o.

Il mondo dell’Attraversaspecchi è un mondo misteriosamente esploso, ormai da qualche secolo, e assestatosi su un sistema di piccoli regni isolati, le Arche, abbarbicate su frammenti del globo terrestre che galleggiano nello spazio. L’arca del Polo, per esempio, è governata dal Sire Faruk, una divinità smemorata e capricciosa. Si tratta di una società gerarchica e appariscente che sembra la corte del Re Sole, se si fosse trovata oltre la Barriera di Game of Thrones e fosse stata progettata da un architetto di Inception. In questa società ostile, patriarcale e pericolosa arriva come un’improbabile promessa sposa Ofelia, una giovane lettrice originaria di Anima, un’arca governata da un blando matriarcato.

Ovviamente ne segue la necessaria e tribolata storia d’amore, ovviamente ci sono le vicissitudini che avvicinano e allontano ciclicamente i riluttanti innamorati, ovviamente ci sono dei poteri magici e dei misteri che vanno svelati, poco alla volta. Anche quelli servono,

Ma l’originalità e la bellezza della saga stanno nella varietà e complessità di questo mondo, che mescola inquietudini metafisiche a un’estetica steampunk; il valore sta anche nella scrittura, che raramente indulge al sentimentalismo e alla banalità, che rimane sempre piacevolmente spigolosa e disegna personaggi complessi, tridimensionali, intrecciando con intelligenza riferimenti pop, mitologici e letterari.

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